Repubblica e il club dei miliardari in politica. Forse è la volta buona

A Largo Fochetti, nella redazione di Repubblica, dicono che per Ezio Mauro sia soprattutto un’operazione di marketing: la fidelizzazione del lettore, la capacità di farlo sentire parte di una comunità che condivide un pensiero e una linea politica. La natura “chiesastica” del giornalone della sinistra è un pallino antico e persino vincente – si sa – del direttore. Ma dicono pure che Carlo De Benedetti, che di Repubblica è il padrone, la veda in un altro modo dal suo attico romano di via Monserrato
16 AGO 20
Immagine di Repubblica e il club dei miliardari in politica. Forse è la volta buona
A Largo Fochetti, nella redazione di Repubblica, dicono che per Ezio Mauro sia soprattutto un’operazione di marketing: la fidelizzazione del lettore, la capacità di farlo sentire parte di una comunità che condivide un pensiero e una linea politica. La natura “chiesastica” del giornalone della sinistra è un pallino antico e persino vincente – si sa – del direttore. Ma dicono pure che Carlo De Benedetti, che di Repubblica è il padrone, la veda in un altro modo dal suo attico romano di via Monserrato, che insomma per lui, ex tessera numero uno (e delusa) del Pd, la festa di Repubblica, il prossimo 14 giugno a Bologna, sia il primo passo per lanciare “il partito di Giustizia e Libertà” altrimenti detto “partito di Republica” o anche “lista Saviano” a seconda dei punti di vista. Non c’è più soltanto il molto citato editoriale del Fondatore Eugenio Scalfari, quello in cui si proponeva il “listone civico” da affiancare al Pd; perché la proposta Scalfari è passata e in termini estesi: ha prodotto emuli, cloni, ha bucato le stesse file notoriamente permeabili del Pd, ha la simpatia di Walter Veltroni e dicono che il furbissimo Massimo D’Alema osservi tutto questo movimento con interesse.
Il leader baffuto sa che si vota con il “porcellum”, difatti ha già avanzato la proposta delle primarie per scegliere i deputati e considera il listone civico un modo per limare le unghie (e le pretese) di Vendola e Di Pietro. Il collateralismo intellettuale e civico è un treno già partito: c’è un manifesto firmato da Flores d’Arcais, la “lista nazionale fuori dai partiti” di Elio Veltri e Marco Travaglio, l’agitazione dei vecchi prodiani; a Firenze è nato il partito civico dei girotondini di Paul Ginsborg, ci sono i sindaci arruffapopolo di Napoli e Bari, e nella nomenclatura del Pd tutto questo attivismo trova facce sorridenti (malgrado qualche muso duro). Bersani avrebbe dovuto delineare ieri l’architettura di una nuova “gioiosa macchina da guerra”. Ma il direttivo del Pd è saltato.
Dunque grande successo di pubblico dentro il Pd, malgrado il rottamatore fiorentino Matteo Renzi dica che “così il Pd abdica alla sua vocazione che è maggioritaria”, e malgrado i cosiddetti “giovani turchi” diessini, i solidi socialdemocratici come Stefano Fassina e Matteo Orfini, siano pronti a fare le barricate alla sola idea di candidare Gustavo Zagrebelsky al ministero della Giustizia, Umberto Eco alla cultura, Roberto Saviano agli Interni: il governo delle élite che – come teorizzano a Largo Fochetti – devono ritrovare il senso della loro responsabilità e smetterla di esitare. “Candidare Zagrebelsky non sarebbe diverso dal candidare Iva Zanicchi”, dice Orfini, insomma: se c’è da prendere forze dal mondo intellettuale di sinistra, lo faccia il Pd medesimo rinnovando la sua rappresentanza senza delegare questa scelta a un grande gruppo editoriale (una specie di partito-azienda berlusconiano, ma di sinistra). E poi un dubbio che avvelena: che succederebbe se il listone dovesse raccogliere più voti del Pd o del segretario? I più scettici non ci vogliono nemmeno pensare. Ad addensare nubi e sospetti c’è anche il fatto che Bersani non sarebbe affatto contrario a una galassia della società civile che riunisca tutte, ma proprio tutte (persino i comunisti di Paolo Ferrero?) le anime della sinistra, una cosa che possa riproporre il grande schema della (sfortunata, ma forse solo perché c’era Silvio Berlusconi) gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto: tutti dentro, compresi Vendola e Di Pietro. Nessun nemico a sinistra e nessun nemico in procura, come nella migliore tradizione del polo riformista.
Eppure Bersani avrebbe qualcosa da temere, se è vero, come forse è vero, che la simpatia veltroniana per il listone di De Benedetti non deriva soltanto dall’amicizia personale di Veltroni (che fa anche il vicepresidente impegnato dell’Antimafia) per il giovane scrittore-idolo Roberto Saviano, ma anche dall’idea che l’autore del romanzo docu-fiction Gomorra, campione di ascolti televisivi e unto del sacro olio della legalità, non avrebbe alcuna difficoltà a far apparire stravecchi Bersani, il suo mezzo sigaro e la sua grisaglia da segretario di partito.